
Nome: gnomo22
Avete mai visto uno gnomo, uno di quelli veri? Io tutti i giorni, quando mi guardo allo specchio. Non è un gran bel vedere, ma almeno sono originale!
Luciap87 in Segni e significato
SqDelfini in Scrivere
SqDelfini in Delfini
KiraFord in Scrivere
A colpo d'occhio
Olos Enyalien ~ Lettere Segrete per Thera Kallistè
Parole, emozioni, sentimenti
Riflessi di donna
Se vedete una freccia rossa passare per il cielo...
oggi
marzo 2008
febbraio 2008
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
visitato *loading* volte
Arrivò il raccontatore al Posto Magico e, senza aspettare, appoggiò a terra un ramo d'ulivo striminzito, poi sedette a gambe incrociate sul selciato della piazzetta e cominciò :"Ci sono bambini, nel mondo, che vengono costretti ad indossare uniformi, che vengono armati e costretti a ferire. Altri bambini vivono la maggior parte della loro vita in stanzoni chiusi, a lavorare per ore e ore, cucendo palloni, mettendo insieme giocattoli che non useranno mai. Ce ne sono che vivono nelle fogne e quando escono sono come animali cacciati da gente crudele. Voi non sapete e non lo so nemmeno io, cosa significa non avere nemmeno la forza di muoverti, perché il tuo piccolo stomaco è vuoto da giorni e anche l'acqua che bevi porta malattie e dolore. Questo piccolo ramo è per loro, per tutti loro, una speranza per il loro futuro, una speranza di pace e di vita." Nel silenzio che seguì un bambino andò verso il rametto, lo toccò con un dito, diede un piccolo bacio sulla sua punta e con quella toccò la fronte dell'uomo. Uno per volte, in silenzio, i bambini ripeterono lo stesso gesto, solamente l'ultima bambina, dopo aver toccato il ramo e deposto il bacio, disse :"Per loro, e per per te." E toccò il petto del raccontatore dalla aperte del cuore. Quello si rialzò lentamente e andando verso casa, ripeteva, tra sé :"Pace, è una parola così semplice da dire..."
Questo è un post a tre dimensioni. Le altre le trovate su www.browndoggy.splinder.com e su www.mimemask.splinder.com Al Posto Magico i bambini tracciavano ampi segni per terra con dei gessetti. Non disegnavano, tracciavano dei segni. Arrivò il raccontatore e gli puntarono addosso tutti i gessetti con fare intimidatorio. Voi non sapete che un gessetto ben utilizzato può stroncare una carriera, per non dire di peggio, ma il raccontatore lo sapeva benissimo ed iniziò a parlare senza por tempo in mezzo. :"Un viandante, mentre camminava verso il villaggio meta del suo pellegrinare, iniziò a notare, sul bordo della strada, dei segni tracciati su pietre. Non sapeva dare un significato a questi segni, così li annotò mentalmente e, una volta arrivato al santuario, ne chiese il motivo al vecchio monaco che custodiva le reliquie. Questi gli rispose :"Vedi, un semicerchio per la persona che lo ha tracciato indica un cammino verso il paradiso. Un triangolo con la punta verso l'altro ricorda la trinità, tre linee ondulate il mare e le reti da gettare. Ci sono tanti segni, e tanti ce ne devono essere, perché ognuno di noi ha un modo diverso per avvicinarsi al cielo." Il pellegrino ringraziò e fece per andarsene, quando notò che il monaco, nel camminare, seguiva con la mano la parete. :"Ma tu sei cieco!" gli disse :"Sì, da molti anni, mi sono consumato la vista copiando libri antichi." :"E come fai a sapere con tanta precisione cosa significano quei simboli, se non li hai visti?" :"Vedi, il significato dei segni non è cosa per gli occhi, è cosa per il cuore e quello, per fortuna, ancora mi funziona." Il pellegrino se ne andò sorridendo e, prima di lasciare i confini del santuario, tracciò sulla pietra uno scarabocchio a forma di cuore: lì era la sua strada verso il cielo." Quando l'uomo finì di raccontare i bambini erano già volati via con le loro seggioline e i loro gessetti... ma sul selciato della piazzetta, proprio intorno al raccontatore, con una linea composta di tanti colori, avevano tracciato un grande, sghimbescio cuore.
Nota del compilatore del blog: questo racconto è dedicato ad una ragazza che ha lo scrivere nel cuore, come augurio perché riesca sempre a far correre il pensiero dal cuore alla punta delle dita. Al Posto Magico i bambini erano tutti seduti sulle loro seggioline, con il volto nascosto ognuno da una grande pagina di giornale. Quando arrivò il raccontatore si stupì della cosa, ma lo stupì ancora di più il fatto che tutti i giornali erano alla rovescia, sottosopra, insomma. Non fece in tempo a fare domande che dalla bocca dei piccoli uscì un :"Scrivere!" Gli toccò quindi cominciare un racconto ."C'era una volta in un grande e ricco villaggio, la figlia di uno scrivano che, molto amata dal padre, era tenuta a bottega da lui. Non è che le facesse fare dei grandi lavori, però le aveva insegnato l'alfabeto, come intingere bene la penna d'oca nell'inchiostro per non fare macchie e come tracciare le lettere con precisione. La ragazza era molto interessata, aveva imparato volentieri e si era molto impegnata per migliorare. Venne un giorno in cui il padre, per un malaugurato scivolone, si ruppe il polso della mano destra. Il guaritore lo aveva medicato, ma gli aveva anche detto che sarebbe dovuto restare a riposo senza scrivere per una stagione intera. Era una vera tragedia, senza il suo lavoro sarebbe stato difficile per la famiglia andare avanti. Allora la figlia si fece avanti e propose al padre di sostituirlo: nel villaggio non c'erano altri scrivani e quindi, anche se molto più maldestra, lei pensava che la gente si sarebbe lo stesso rivolta a lei. E infatti i clienti continuarono a venire, all'inizio anche per fare una cortesia allo scrivano che li aveva così ben serviti per tanti anni. Ma poi tutti si accorsero che la ragazza aveva una calligrafia ammirevole e poi... le lettere che le facevano scrivere si rivelavano sempre bene accette. Sì, perché dovete sapere che la ragazza, che amava anche fantasticare, ogni volta che scriveva una lettera aggiungeva qualche suo pensiero, per rendere meglio quello che il cliente voleva esprimere. Anche il borgomastro, che pure sapeva scrivere per conto suo, era diventato suo cliente: il duca, ricevendo le lettere di informazione scritte dalla ragazza, era sempre soddisfatto e inviamo spesso doni al suo dipendente. Quando il padre guarì andò a finire che i clienti si rivolgessero a lui per redigere documenti e testamenti, ma che preferissero la figlia per le lettere. Si racconta che, dopo qualche anno, il duca la volesse come scrivana al castello e che, dopo altro tempo, addirittura il re la chiamasse a corte a lavorare per lui." I bambini, finito il racconto, piegarono con ordine i loro fogli di giornale e il raccontatore ebbe l'incauta idea di chiedere perché li tenessero al contrario. :"Quante belle cose leggi su questi cosi?" Chiese di rimando, imbronciato, un bambino :"Qualcuna..." rispose esitante l'uomo :"Quante cose belle leggi su questi cosi?" Chiesa ancora, più decisamente il bambino :"Poche." dovette ammettere il raccontatore :"E quante cose brutte?" :"Un po'." fu la risposta :"E quante cose brutte?" :"Va bene, va bene, tante, tante cose brutte." :"Allora è meglio che continuiamo a tenerli così." Concluse il piccolo e se ne andò deciso, insieme agli altri, verso casa.
Al Posto Magico c'era fermento. Si parlava di animali, quali fossero i più simpatici e quali più cattivi. Ovviamente gli animali presenti, vedi cagnetti marroncini, erano esclusi dal gioco, anzi, partecipavano attivamente, abbaiando e distribuendo leccatine qui e là. :"Le pantegane!" (nota del traduttore sono topazzi lunghi come un braccio) :"Bleahh!" :"I criceti!" :"Belli!" :"Le vangole!" :"Bho? Che animali sono le vangole?" :"I koala!" :"Simpatici!" :"Le puzzole!" :"Carine, se hai la maschera antigas!" Arrivò il raccontatore e d'improvviso fu investito da una torma di animali immaginari che gli cadevano addosso: un elefante si depositò leggiadro su di un alluce, una tigre gli fece solletico al naso con la coda, un pitone gli si avvolse su di una gamba, un colombo... bhe, diciamo che gli sporcò il colletto della giacca. Mentre cercava di torgliersi tutti quei peli, piume, scaglie di dosso i bambini si erano seduti sulle loro seggioline ed aspettavano con le orecchie bene aperte (i bambini del Posto Magico, voi non lo sapete, ma sanno muovere le orecchie... un po' lo hanno insegnato anche al raccontatore che, quando vuole stupire, le usa per far andare su e giù gli occhiali). :"C'era una volta un bellissimo paese, pieno di piante. erba e fiori e popolato degli animali più belli che possiate immaginare. Vi si trovavano girifalchi, basilischi buoni e gentili, rondoni dorati, giraffe a collo corto, oltre a tanti e tanti animali che vivevano in pace con la gente. Tra gli abitanti di questo paese c'erano anche delle ragazze, di quelle decise e con una grinta invidiabile, che amavano la natura e gli animali e partivano spesso per esplorare e conoscere nuove cose. Capitò un giorno che seguendo il corso di un fiume, arrivassero al mare. Nell'angolo di costa in cui erano sbucate c'era un lunga scogliera, che si addentrava lontano lontano. Curiose, la percorsero, attende a non scivolare tra scoglio e scoglio. Arrivarono alla fine ad essere quasi in mezzo al mare, dove l'acqua è quasi scura, di un blu intenso come quello dei cieli prima della tempesta. Ma quel giorno l'aria era immobile e non c'erano nuvole. Sedettero sull'ultimo scoglio, con le gambe a sfiorare l'acqua e guardarono il sole che si rifletteva sull'acqua. D'improvviso uno spruzzo d'acqua le fece sussultare: lo aveva causato una figura snella e veloce, grande, come e più di una persona. Era un delfino, che spiccava balzi spettacolari e parlava nella sua lingua schioccante. Le ragazze applaudirono le sue esibizioni e presto, attirati dal rumore, altri delfini si unirono al primo e organizzarono uno spettacolo di forza ed agilità. Arrivarono perfino a poche spanne dagli scogli, tanto che tutte poterono accarezzarli sul dorso. Tornarono a casa, dopo averli salutati, con ancora negli occhi i loro salti e nelle orecchi i loro gridi amichevoli. Prima di arrivare una di loro fermò il gruppo, tose da una bisaccia un grande fazzoletto, lo piegò a triangolo e, da entrambi i lati, visto che era una brava disegnatrice, disegnò un delfino, Quindi trovarono un bastone, ci legarono sopra il fazzoletto ed entrarono nel paese issandolo ben in lato, orgogliose dell'incontro appena avuto. Da quel momento, ogni volta che partivano per qualche avventura, si portavano dietro il bastone con l'emblema del delfino. Ancora oggi un gruppo di quelle ragazza porta in giro un bastone simile a quello, con i delfini disegnati sopra." Alla fine del racconto i bambini sfilarono davanti al raccontatore e ognuno gli sparava in faccia un :"Oink! Oink!" All'ultima bambina l'uomo disse, sconsolato :"Ma Oink non è il verso dei delfini, è il verso delle foche!" :"Vero, ma tu non sembri un delfino... somigli più a una foca o meglio a un elefante marino, ma senza la proboscide!" E se ne andò ridendo. Andando verso casa il raccontatore ripeteva :"Oink! Oink! Chissà se c'è un dizionario sulla lingua degli elefanti marini?"
Il raccontatore arrivò al Posto Magico e, per una volta, prevenne i bambini. :"Ho promesso un dono ad una persona speciale, ma in realtà se ne merita due. Così il racconto di stasera sarà uno di questi doni, per l'altro, si vedrà!" I bambini, seduti nelle loro seggioline, annuirono seri: capivano quando una cosa si doveva proprio fare. :"C'era una volta, in un paese lontano da qui... vi chiederete perché lontano da qui... - rimase un attimo ad attendere la domanda, che ovviamente i bambini del Posto Magico si guardarono bene dal porre - Va bene, anche se non lo chiedete io vi risponderò lo stesso che non lo so: nei racconti e nelle fiabe sembra che è più bello che le cose succedono lontano. Forse perché così ci sembrano più fantastiche, migliori, un po' come l'erba del vicino, che è sempre più verde della tua. Comunque, in questo paese si viveva un po' come in tanti paesi, insomma, non stiamo tanto a pensarci su, era un paese in cui chiunque potrebbe vivere senza grandi meraviglie, ma anche senza brutte sorprese. Ad una ragazza che abitava lì, mentre camminava nel bosco appena fuori dell'abitato, capitò di pestare la coda ad un gatto nero. Accidenti! Direte voi! No... non lo dite. Va bene, lo dico io: accidenti! Purtroppo quel gatto apparteneva ad una maga cattiva che non ci mise nulla a lanciare un sortilegio sopra la testa della sventurata. A prima vista non ci si accorgeva di nulla, ma visto dalla parte della ragazza era un vero problema, ora lei vedeva tutto grigio, con punte più scure, che la bloccavano e la facevano rimanere ferma da attendere che tornasse la luce. Le sembrava che anche gli altri fossero stregati quando lei passava loro vicino, che vedessero il grigio e fossero infastiditi così dalla sua presenza. Così cominciò a tenersi in disparte e a non frequentare quasi più nessuno. Solo in casa trovava sollievo, quando si accendeva una piccola candela, la cui luce scacciava il grigiore. Per un po' andò avanti così, poi qualcuno si accorse che lei aveva un problema e, senza parere, chiamò a consulto un vecchio e miope saggio. Un po' di gente lo accompagnò sulla piazza dove lei cercava di confondersi con le pietre della torre di guardia. Appena la ebbe di fronte l'anziano fece subito la diagnosi :"E' un evidente caso di Sortigrigio, un sortilegio subdolo, usato dalle magheblu di Vertoria." :"Ma si può guarire?" Chiesero al saggio. Questi non parlò, si avvicinò alla giovane, piuttosto vicino, anzi, perché aveva dimenticato gli occhiali. La scrutò per un po' e il suo sguardo corrucciato era talmente buffo che alla ragazza scappo' un sorriso. Il saggio si alzò di scatto, si girò e fece per andarsene. Venne subito bloccato :"Questo vuol dire che non c'è cura?" :"Affatto! - rispose quello - Vuol solo dire che non c'è bisogno di cura!" La ragazza non capiva più niente :"Ma se non c'è bisogno di cura, io manco dovrei avere problemi... invece continuo a vedere tutto grigio!" Il saggio miope tendeva a diventare leggermente pedante, quando qualcuno lo stuzzicava, rispose quindi con tono un po' saccente :"La qui presente fanciulla è già dotata di tutte le armi magiche necessarie a rompere il sortilegio. Anzi, ne ha più che in abbondanza! Non vedete? - e indicò gli occhi della ragazza - Questi sono occhi in cui si specchia il cielo: bastano e avanzano per allontanare il grigio. E come se non bastasse abbiamo qui - e indicò la bocca della ragazza - un arma magica potentissima. Nel sorriso che la donzella può sfoderare si nasconde il mondo intero, è talmente potente che potrebbe stendere a terra una legione di orchi, figuriamoci il banale sortilegio di un'insignificante magablu di Vertoria." La ragazza a dir la verità non capiva molto, ma effettivamente chi la guardava negli occhi vi poteva chiaramente intravedere un cielo sereno e tranquillo, ma per quanto riguarda il sorriso, se lei non lo faceva uscire non si poteva capire. Il vecchietto strinse gli occhi sbuffando :"Va bene, va bene, ve lo dimostro!" E si mise a fare smorfie incredibili, a saltellare su un piede solo, a infilare passi di danza sghimbesci. Dopo un po' tutti nella piazza stavano ridendo di cuore e anche la ragazza, pur preoccupata per il sortilegio, non riuscì a trattenersi e iniziò con un timido sorriso, che si allargava sempre di più. Fu come se si fosse aperta una grande finestra al di là della quale ognuno poteva vedere cose incredibili: fiumi impetuosi, cascate cristalline, montagne altissime e innevate e gente, gente sorridente, ciarliera, impegnata nel lavoro, addormentata, stanca, felice, preoccupata... gente gentosa, insomma. Guardando la sorpresa e la meraviglia negli occhi degli altri la ragazza si rese conto che qualcosa era cambiato e che il grigio non c'era più. Continuò a sorridere, felice, salutando il saggio che se ne tornava a casa, incocciando piante e chiedendo scusa alle persone che investiva senza vederle." Finito di parlare il raccontatore si accorse che i bambini erano tutti in fila, con la seggiolina sottobraccio e un filo d'erba stretto nel piccolo pugno. Gli sfilarono davanti e ognuno di loro gli depose il filo d'erba in mano. L'ultimo lo guardò sprezzante negli occhi e, deponendogli con forza il filo d'erba sul palmo, gli disse :"La nostra, di erba, è la più verde di tutte. Più verde anche di quella delle smagheviola di Vittoria!" E se ne andò via con gli altri. :"Vertoria, le maghe blu erano di Vertoria..." disse piano l'uomo, prima di andarsene anche lui verso casa.
Passando vicino al Posto Magico il raccontatore vide i bambini stesi per terra, con gli occhi chiusi, abbandonati. Non poteva essere successo nulla di catastrofico, visto che erano proprio tutti nella stessa posizione e le seggioline erano raccolte, ben ordinate, in un angolo della piazzetta. Infatti vide un bambino alzare appena appena una palpebra e dare una strizzatina d'occhio. Iniziò allora il racconto :"C'era una volta un grande principe, altero, fiero, giusto anche se non portato ad assere amichevole. Prendeva su di sé i problemi del suo piccolo principato, li affrontava con grinta e decisione. Ma siccome era uno che non si tirava mai indietro, dai un giorno di problemi, dai un altro con problemi ancora più grandi, alla fine era ridotto ad uno straccio: due occhi cerchiati si scuro, magro, con i nervi sempre a fior di pelle. Dai dignitari di corte ai cittadini tutti erano preoccupati, visto che, nonostante fosse a volte un po' brusco, volevano molto bene al loro principe. Così andarono in delegazione dal saggio dei boschi e gli spiegarono tutto. Dopo averci riflettuto, il saggio chiede al custode delle leggi se ci fosse qualche legge adatta ad obbligare il principe a sostenere qualche prova per confermare le sue capacità di regnare. Quello fece ricerche su ricerca e trovò alfine una vecchissima e mai utilizzata legge che imponeva al principe, su richiesta dei notabili, il superamento di quattro prove stabilite a discrezione di un giudice nominato dai notabili stessi. Come giudice fu nominato il saggio dei boschi e il principe fu convocato. Alla comunicazione della notizia non la prese certo bene, ma fu comunque costretto ad accettare. Il saggio lo portò in una radura del bosco, lo fece sedere su di un grande tronco tagliato, gli mise in mano un minuscolo ago e un filo molto morbido e gli disse che avrebbe superato la prova se, senza muoversi dal tronco, avesse infilato la cruna dell'ago con il filo per dieci volte. Dopo quattro ore di tentativi inutili il principe era esasperato. Arrivò il saggio che, inumidito il filo con un goccio di saliva, infilzò a mano ferma la cruna. Il principe era allibito, ma non ebbe nemmeno il tempo di protestare che fu portato davanti ad una grondaia, da cui cadeva, lenta, una goccia. Sotto alla grondaia raccoglieva le gocce un secchio. Il saggio chiese al principe di restare seduto lì davanti, senza muoversi, a contare le gocce sino a quando il secchio non fosse stato pieno. Alla centomillesima goccia il principe si addormentò. Fu risvegliato dal tocco lieve della mano del saggio sulla spalla: il secchio era straboccato. Per la terza prova il saggio portò il principe in una radura, attese insieme con lui il venire della sera conversando amabilmente di pettegolezzi di corte, poi gli fornì un cuscino e gli disse di seguire per tutta la notte il corse delle stelle. All'alba il principe era di nuovo profondamente addormentato. Per l'ultima prova il saggio fece sedere il principe presso la finestra di una delle case del paese, sempre verso sera. Era estate e tutte le imposte erano aperte. Entrò nella stanza una ragazza, non bellissima, ma con splendidi occhi chiari, con in mano una piccola arpa che prese subito a suonare. La musica era dolce, coinvolgente e il principe se ne lasciò stregare. Anche stavolta passò senza accorgersene dalla veglia al sonno e al sogno. Sognava di avere accanto una principessa arguta e gentile, capace di riempire la sala del trono di musica deliziosa e capace di ammaliare baroni e popolani con il suo sguardo dolce. Consapevole di aver fallito tutte le prove, il principe seguì infine il saggio presso il consiglio dei notabili. Qui però ebbe una sorpresa :"Il principe è degno del suo titolo - disse il saggio - a patto che ripeta regolarmente le prove appena superate." In effetti anche i dignitari si accorsero che il principe era più tranquillo, senza occhiaie, meno incline a sbottare di rabbia. Passò un po' di tempo e tutto nel principato sembrava andare per il meglio. Il principe, però, aveva ancora un tarlo che lo rodeva: convocò quindi a corte il saggio e gli chiese :"I sogni si avverano sempre?" Il vecchio rispose :"No, non sempre, ma se ce n'è qualcuno a cui teniamo molto, possiamo cercare con tutte le nostre forze di fare in modo che si avveri." Il principe fece un sorriso grande così, si fece dare il suo mantello azzurro, montò in sella al suo splendido cavallo bianco e galoppò sino ad una finestra. La storia finisce con il matrimonio del principe e con un bel vissero tutti felici e contenti." Appena ebbe terminato di parlare il raccontatore si guardò intorno. Quando raccontava perdeva un po' il senso della realtà e spesso gli sfuggiva qualcosa. I bambini, infatti, erano tutti seduti composti e silenziosi sulle loro seggioline. Caduto il silenzio ognuno di loro si alzò con gesti misurati, raccolse la seggiolina e andò verso casa. Restò una bambina con gli occhi chiari che, sorridendo, gli chiese :"Tu sapresti principeggiare bene?" L'uomo ci pensò un attimo, poi rispose :"No, probabilmente no." La bambina replicò :"Non dire bugie, principeggeresti benissimo! Sei così bravo ad andare in oca mentre racconti!" Poi scappò via con la seggiolina. Il raccontatore prese perplesso la strada di casa pensando :"Concentrazione, non è andare in oca, si chiama concentrazione!"
Ogni tanto i bambini del Posto Magico si infilavano in accese discussioni su un numero impressionante di cose. Stavolta si doveva scegliere cos'era troppo e cos'era poco. :"Troppe macchine nelle strade!" :"Poche vacanze da scuola!" :"Troppa minestra da mangiare!" :"Poche tavolette di cioccolato!" :"Pochi sorrisi nella gente che cammina per la strada!" :"Troppe facce serie dappertutto!" Una volta arrivato il raccontatore dovette anche lui inserirsi, con una storia, in questo gioco. :"Vedete - iniziò - nel paese di Nonsodove non si stava né bene né male. ognuno aveva abbastanza lavoro, una casa piccola, ma ben riscaldata, alla domenica sulle tavole c'era sempre buona carne e un dolce per la festa. Però in giro per il paese non si sentivano risate, schiamazzi. Anche i giochi dei bambini erano tranquilli e calmi. Venne al paese una famiglia nuova, con un carro su cui era stipata tutta la loro vita: mobili, abiti, attrezzi. Trovarono una casetta in periferia, non dovettero nemmeno contrattare sul prezzo, che era piuttosto onesto. Il papà era un artista, disegnava bei quadri e si era allontanato dalla capitale perché era stanco della confusione e della moltitudine di gente. Una volta sistemata la bottega espose i suoi quadri colorati e pieni di vita. La gente passava, li ammirava, ma non comprava niente. L'artista, dopo un po', cominciava a pensare di non essere più capace di dipingere... gli capitò di esprimere ad alta voce i suoi pensieri mentre si gustava un buona birra alla taverna. L'oste, sempre disponibile, come tutti nel paese, gli disse che sicuramente i suoi quadri erano molto belli, ma che loro, in paese, erano abituati a colori meno vivi, più riservati, più tranquilli. L'artista, per quanto non gli piacessero molto i colori spenti, si adeguò, dipinse ed espose quadri ben fatti, ma senza gran che di vita o di passione. In men che non si dica andarono a ruba e lui continuò in quella direzione. Ma sua figlia, uno scricciolo di bambina con l'argento vivo addosso, non era disposta a lasciare tutto così tranquillo. Era sempre intenta ad organizzare giochi rumorosi, corse sfrenate lungo le strade del paese, scherzi divertenti. Gli altri bambini, finalmente coinvolti in qualcosa di interessante, la seguivano in ogni dove e, man mano, il paese si riempì delle grida gioiose e dei rumori di sani bambini che giocano. Il resto degli abitanti di Nonsodove non era contento di questo, le mamme che dovevano rattoppare calzoncini strappati, aggiustare magliette scucite e curare ginocchia sbucciate certo non vedevano di buon occhio quei divertimenti movimentati. Anche il resto delle persone era vivamente infastidito, a loro piaceva la moderazione, la tranquillità. Successe infine che i benpensanti (una razza veramente pericolosa, dico io) portarono la cosa davanti al consiglio dei notabili. Naturalmente non ci fu nessuno che parlò a favore della bambina e una delegazione fu inviata al papà e alla mamma per intimare loro di tenere a freno quella molesta creatura. Per un po' ci provarono, ma la piccola, costretta a diventare calma e posata, a non ridere, ma solo ad accennare un sorriso, a stare ferma nei banchi e camminare lentamente e con garbo per la strada, non ce la faceva più. Smise di mangiare, di parlare e a poco a poco deperì così tanto che i genitori rimontarono tutto sul carro e se ne andarono. Mentre oltrepassavano il cartello con il nome del paese, la bambina costrinse il padre a fermare il carro, scese e con un carboncino che lui usava per tracciare disegni cancellò Nonsodove e scrisse al suo posto Pocoditutto. Ci volle un po' di tempo perché gli abitanti si accorgessero di questo, ma, purtroppo per loro, la gente che commerciava, passava per quella strada e soggiornava per un poco nel paese, cominciò a pensare che quel termine era veramente il più adatto per descriverlo. Così, sino ancora ad oggi, quel paese, sempre calmo e tranquillo, ha ancora quello strano nome: Pocoditutto." Alla fine del racconto una ragazzina con i capelli neri e gli occhi chiari si avvicinò all'uomo, gli rifilò un cazzottone sulla spalla e gli disse :"Troppo forte!" E tutti i bambini corsero via schiamazzando con le loro seggioline. Il raccontatore se ne andò camminando verso casa e massaggiandosi la spalla. Stava pensando un po' alla sua vita... magari qualche volta una vacanza a Pocoditutto sarebbe servita.
Al Posto Magico c'era silenzio... i bambini erano seduti tranquilli e attendevano al varco l'arrivo dell'uomo. Il racontatore arrivò e si fermò titubante davanti alla schiera di sguardi penetranti. Gli sembrava di essere davanti ad una diga incredibilmente grande, con una valanga d'acqua pronta a scaricarsi per bagnarlo tutto. Da non si sa quale piccola bocca uscì un :"Dono!" E l'uomo, tirando un sospiro di sollievo, inziò :"C'era una volta una bella e giovane fanciulla, che attendeva con ansia l'arrivo di una festa qualsiasi... voleva ricevere un dono, se lo sentiva dentro, aveva bisogno di un dono. Si immaginava innumerovoli cose, dalla spilla da balia al cavallo bianco, dal velo ricamato alla rosa rossa. Non importava la ricchezza, la bellezza o la grandezza, bastava uno, solo e semplice dono. Attese a lungo, arrivarono feste e regali ne ricevette, anche belli, anche grandi... ma nessun dono. Mentre era seduta davanti a casa, in un giorno alla fine dell'inverno, arrivò un cantastorie, con il suo carretto decorato e l'asinello con le briglie colorate. Si fermò davanti a lei, le sorrise, le chiese dove fosse la piazza del paese. Lei gli indicò la strada e lui, guardandola negli occhi disse :"Vedo che hai proprio bisogno di un dono e io te ne devo uno, per la tua gentilezza e per il tuo sorriso." Così prese dalla sua sacca un carillon che aveva sopra una piccola ballerina, lo caricò, lo fece partire e lo appoggiò per terra. Poi chiese alla ragazza di chiudere gli occhi, le prese le mani e cominciò a muoverle lentamente, a tempo con la musica. Alla ragazza sembro di spiccare il volo e di vedere improvvisamente il mondo dall'alto, come se fosse stata un falco, un'aquila... Poi si sentì scendere a terra e diventare un albero dai grandi rami e dalle foglie fruscianti. Uno dietro l'altro divenne vento leggero e caldo, tempesta potente, raggio di sole luminoso, bagliore di fuoco di legna. Quando aprì gli occhi il cantastorie se ne era già andato, ma il cuore della ragazza ora era pieno di contentezza: aveva finalmente ricevuto il suo dono. Però ora le era nato un nuovo desiderio... portare ad altri questo dono. Così si preparò per bene, poi attese che passasse dal paese na compagnia di saltimbanchi e se ne andò con loro a spargere per il mondo il suo dono." La foga del racconto aveva tanto preso il raccontatore che alla fine fu come se aprisse gli occhi dopo un sogno. I bambini non c'erano più, nemmeno una seggiolina era rimasta, solo un cucciolo marroncino che abbaiava e scondinzolava. L'uomo ci rimase male, ma da dietro al muretto cominciò a sentire il fischiettare di un bambino, poi se ne aggiunse un altro e un altro ancora, fino a che l'aria fu piena del fischiettare. Le note non erano proprio intonate, ma la melodia fluiva forte e chiara e ad ascoltarla lasciava l'anima piena di pace e serenità.
Appena giunto al posto magico il raccontatore fu acconto da una selva di indici puntati. Con l'aria peggiore di questo mondo i bambini esplosero con un :"Chi?" e poi si misero tranquilli a sedere sulle loro seggioline. L'uomo smise di tremare dopo qualche secondo (vorrei vedere voi, colpiti a tradimento da una serie di indici puntati di quel genere!) e iniziò :"Un vecchio saggio amava intagliare piccole figure di animali e lasciarle sotto la pianta grande della piazza, quella che dava ombra e accoglieva la gente al tramonto, nel momento del riposo e delle chiacchiere prima di andare a dormire. Se la figurina piaceva a qualcuno (e succedeva sempre), questa persona si recava dal saggio, gli offriva qualcosa e se ne andava con l'oggetto. Il vecchio teneva il minimo indispensabile per sé e distribuiva il resto alle persone che ne avevano bisogno. Un mattino, però, dopo che erano state poste sotto la pianta due eleganti gazzelle, la gente che passava lì davanti vide le due opere intagliate spezzate e rovinate. Tutti ne furono meravigliati e sconvolti. La domanda che correva sulla bocca di tutti era :"Chi?" Per tutto il giorno fu un via-vai di gente a casa del saggio, a portargli comprensione, a dire che si sarebbe cercato il colpevole. L'anziano sorrideva e tranquillizzava la gente, non era importante, diceva loro, erano solo piccoli pezzi di legno. Qualche giorno dopo tornò a deporre sotto la pianta una bella salamandra. Alcuni del paese si nascosero e aspettarono tutta la notte, non videro nessuno, ma al mattino la salamandra era rotta. Di nuovo tutti a chiedersi :"Chi?" Qualcuno portò comunque doni al saggio, perché sapevano che altrimenti non avrebbe avuto di che sfamarsi. In cambio si sfogavano con lui, dicendogli del disagio che provavano al pensiero che tra loro ci fosse una persona malvagia. Ancora il vecchio cercava di dire a tutti che non era importante, erano sempre e solo pezzi di legno. Costruì ancora animali, che regolarmente vennero rotti durante la notte, ma i sospetti della gente diventarono così pressanti che, alla fine, si decise a fare qualcosa. Costruì un elefantino con la proboscide alzata, intagliandolo in un legno molto scuro, su una base di pietra molto pesante, lo ricoprì di una melassa molto densa e appiccicosa e lo mise al solito posto. Il mattino dopo la gente del paese trovò una piccola scimmietta che si sforzava di staccare le zampe dalla statuetta. Il saggio prese l'animaletto, lo pulì dalla melassa e, offrendogli qualche dolcetto lo conquistò a tal punto che rimase ad abitare da lui. La gente del paese tirò un sospiro di sollievo e per un bel po' la parola chi non venne più pronunciata." Alla fine del racconto tutti i bambini si alzarono in piedi, si misero un braccio davanti alla faccia a mo' di proboscide ed emisero un potente suono che somigliava ad una pernacchia. Allo sconcertato raccontatore un bambino spiegò :"In elefantese significa Bella storia!" Poi schiamazzarono tutti via con le loro seggioline. L'uomo se ne tornò a casa convinto che, una volta di più, i bambini del Posto Magico sapevano come prendere in giro la gente senza parere.
Mentre camminava verso il Posto Magico il raccontatore trovò a terra un soldino. Gli venne in mente un grande magnate, che diceva di aver iniziato la sua fortuna con un soldino e Paperon de' Paperoni, con il suo primo cent. Arrivò alla piazzetta, dove i bambini erano seduti sulle loro seggioline, si schiarì la voce e, senza aspettare richieste, iniziò a raccontare. :"C'era una volta, in un villaggio, un bambino povero, uno di quelli classici da racconto, insomma, di buona volontà, ma senza il becco di un quattrino. Arrivò al villaggio un grande cavaliere, il bambino lo aiutò con il cavallo e ne ebbe in cambio un fiammante soldino. Lo strinse tra le manine come un grande tesoro e, correndo verso casa, immaginò cosa poteva farci: comprare dolci, un giocattolo, del pane bianco. Ma mentre passava vide la mamma, al mercato, contrattare con un venditore di verdura, contando i pochi spiccioli che aveva in mano. Non ci pensò molto, aggiunse a quelli della mamma il suo soldino e la aiutò a portare a casa le poche cose comprate. Passarono gli anni e, come succede nelle favole (e meno nella realtà) il bambino divenne al fine un ricco cavaliere. Tornò al suo paese, ritrovò un ragazzetto che sembrava proprio lui da bambino. Si fece aiutare per il cavallo, ma poi, invece di dare il sondino, lo prese per mano e andò al mercato con lui. Acquistarono cose buone da mangia, qualche vestito e forcine eleganti per i capelli della mamma. Aiutò il bambino a portare la roba e fu invitato a fermarsi per cena. Alla fine della serata, prima di andar via, tolse di tasca due soldini e li diede al bambino. Poi, all'alba, riprese il suo cavallo e se andò via, verso l'ovest." Il raccontatore rimase in silenzio un attimo, i bambini restarono in silenzio, capivano che c'erano ancora parole da pronunciare :"Bambini, vedete, questa è una storia e, come tutte le storie, potrebbe essere anche vera o diventarlo, magari. Purtroppo non è sempre così, ci sono un sacco di bambini nel mondo che un soldino non fanno nemmeno in tempo a vederlo o, se lo hanno, è frutto di un furto. Non so se il mondo cambierà mai, se le storie possono servire a far capire queste cose alla gente... io un po' ci credo e continuo a raccontarle." I bambini, alla fine del discorso, si riunirono tutti insieme e si misero a scrivere. Poi consegnarono all'uomo un foglietto ben disegnato. C'era scritto: Carta di Scredito della Banca del Posto Magico - valida per unmilionardo di sogni da far avverare. Una bambina gli intimò con un ditino teso sotto il naso :"E non perderla, vhe!" Poi tutti si involarono via. Il raccontatore aprì il portafoglio e inserì la nuova carta di credito in uno scomparto. Meglio di una carta di Platino, di certo. E se ne andò verso casa